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Il grande Coccolino

La luna, quella notte, era così vicina che si sarebbe potuta sfiorare con un dito: un cerchio gigantesco, quasi infuocato, che faceva capolino tra i freddi e anonimi condomìni Anni Cinquanta del quartiere.

Una visione, in mezzo ad una foresta di antenne e ripetitori.

La sua luce illuminava una scenografia spettrale, quasi post apocalittica: le strade e i marciapiedi, che fino a poche ore prima erano state affollate da gente nervosa e stressata, adesso erano deserte.

Le serrande dei negozi abbassate, le auto, ordinatamente parcheggiate negli appositi spazi, parevano creature addormentate, vittime di un incantesimo.

Catia guardava questo paesaggio urbano attraverso la finestra della sua camera da letto e ne era ipnotizzata.

Anche oggi era sveglia nel cuore della notte.

Tutto sembrava fermo, sospeso: eppure, in quella notte il silenzio era solo apparente.

Accanto a sé sentiva il respiro di Carlo e quello della piccola Elena, che sognava nel suo lettino.

Quante notti si era svegliata di soprassalto per sentire se lei stesse respirando: spalancava gli occhi nel buio e aguzzava le orecchie, come un lupo o un animale selvatico che scruta la notte: poi, appena udiva quel ritmo cadenzato, inspira ed espira, inspira ed espira, il suo cuore smetteva di battere all’impazzata.

Il tic tac dell’orologio dettava lo scorrere del tempo e quel silenzio a tratti sembrava assordante.

Mmm mmm

Tum tum

Anche Stefano era sveglio al piano di sotto: quel suono era segno che stava avendo una crisi e che, per calmarsi, stava sbattendo ritmicamente la testa contro il muro.

Anche lui non prenderà più sonno stanotte.

Catia inspira e assapora il profumo della sua vestaglia.

Gliel’ha lavata sua madre e, come tutto il bucato che fa lei, è un trionfo di profumo e di ammorbidente. Il suo invece ha sempre una fragranza che va dal muschio da presepe all’essenza di Scantinato Numero 5.

Quel profumo le tornare in mente Coccolino, un orsetto di peluche che, negli anni Ottanta, era il testimonial dell’omonimo ammorbidente.

Nella bottega del suo paese, quella che vendeva un po’ di tutto, dagli affettati ai detersivi passando per il lucido per le scarpe alla Cristallina, un gigantesco Coccolino capeggiava sullo scaffale più alto ed era riservato a quei clienti che avessero raccolto dieci prove di acquisto per poterlo ricevere in omaggio.

Quello scaffale, nei suoi occhi di bambina, rappresentava una vetta altissima, quasi irraggiungibile.

Un traguardo che, a solo vederlo, la faceva sognare: come desiderava poter tornare a casa con quel trofeo. Vedeva già il signor Cesarino salire su una scala per calarlo dall’Olimpo e posarlo tra le sue braccia.

Lei sarebbe uscita trionfante dalla bottega con quel trofeo e sarebbe tornata a casa sul sedile posteriore della Fiat 500 bianca di sua mamma: loro due, uno di fianco all’altro.

Ogni volta che respirava quel profumo si vedeva bambina, occhi e naso all’insù, mentre contemplava il Grande Coccolino.

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