Una tazzina di caffè, una come tante, di quelle che consumiamo insieme il mercoledì nel tardo pomeriggio dopo il lavoro.
Il fumo che esce dalla tazza, il calore che l’attraversa, il profumo che mi riempie le narici. Il tin tin del cucchiaino mentre giri lo zucchero.
La tua voce che mi avvolge e racconta le tue peripezie quotidiane: i battibecchi e i discorsi da Bar sport dei tuoi colleghi, le colleghe pettegole, il capo pazzo che urla tutto il giorno.
Urla, urla, urla! Dal mattino alla sera. Cinque giorni su sette.
Ma tu sorridi e sembra che tutto questo ti diverta moltissimo.
Sorridi e, inclinando il capo verso sinistra, dici che va tutto bene.
Forse non te ne importa nulla di quello che ti accade intorno.
Non sembri nemmeno provenire da questo mondo.
Perché poi, d’improvviso, da quell’anonimo pattume quotidiano, tu riesci a trovare riferimenti a canzoni, film, serie Netflix, libri, fumetti e teorie sociologiche che hai studiato all’università. O in qualche webinar.
Il locale è tetro e caotico: è lo squallido bar di una stazione, ma tu lo rendi il non-luogo più bello in cui stare. Arrivi tu e le sedie sgangherate si rivestono di pregiato velluto, i tavolini, traballanti e incisi con frasi e disegni osceni, diventano arredi pregiati. Anche quell’odore di treno, deodorante, ascella pezzata, sigaretta elettronica, cane e ombrello bagnato, muta in un profumo inebriante al suono della tua voce.
“E a te come è andata oggi?” Mi chiedi.
Ma non mi va di annoiarti con la banalissima cronaca dell’impiegato spento, chiuso in un guscio di plexiglas per quaranta ore settimanali a digitare e-mail a clienti e fornitori e a prendere parte a conference call di cui ignora l’inizio, la fine e il contenuto.
E allora inizio a parlarti di quello che oggi non ho fatto, ma che avrei voluto fare: suonare la chitarra, scrivere canzoni, andare in giro in moto, camminare in montagna con il mio cane, fare scherzi telefonici al mio direttore.
Spesso ti parlo anche della mia insoddisfazione, di quella voglia matta di lasciare l’ufficio e stravolgere completamente la mia vita.
Solo con te riesco ad essere me stesso e quando ci sei tu ogni mio scudo cade: non ricordo nemmeno dove si trova il pulsante per attivarlo. Solo in questo tempo sospeso metto a nudo la mia emotività, le mie fragilità e le mie incertezze; quelle che solitamente dissimulo con battute del cazzo per non essere schernito e bullizzato.
Noi siamo stati educati a suon di cazzotti, siamo gli uomini che non devono chiedere mai, perché i maschietti non piangono. E tutte quelle stronzate anni Ottanta che odorano di after shave al pino silvestre.
Di solito, dopo quel caffè, ci alziamo, ci salutiamo e ognuno va verso la propria destinazione. Tu prendi i tuoi 28 anni e corri verso i tuoi mille impegni, io mi avvio verso una cena silenziosa con mia moglie.
“Allora, ci vediamo mercoledì prossimo: stessa strada, stesso posto, stesso bar!”
Mi dici sempre cosi; poi ci salutiamo e io ti seguo con lo sguardo finché non sparisci tra mille passeggeri, cani bagnati, ombrelli e clochard.
Ma stasera, prima di salutarci, guardi il tuo telefono ed esclami: “Merda, l’incontro di stasera è stato annullato; la butto lì non è che ti andrebbe di cenare insieme?”
Quell’agenda, sempre zeppa di appuntamenti, adesso ha uno spazio vuoto, per me, per noi. In una frazione di secondo la mia mente è già salpata verso orizzonti infiniti: aperitivo, cena, dopo cena e dopo dopo cena.
Forse siamo già anche all’altare, in viaggio di nozze ai Caraibi, abbiamo due figli, un labrador di nome Bennie e una casa al mare.
Ma poi, di colpo, mi ricordo che non ti ho mai detto che sono sposato con Milena. Avevo sempre solo parlato di Laika, il nostro jack russel.
E stasera non mi sembra l’occasione giusta per dirtelo.
“Che dici si può fare?”
Mi chiedi come una bambina impaziente di scartare un regalo a Natale.
Riavvolgo il nastro della mia fantasia e balbetto una scusa.
“Caspita proprio questa sera che ho un appuntamento io che non posso rimandare… è un nuovo progetto lavorativo davvero importante.. che sfortuna…mi spiace tanto…”
Sento un alone di delusione nei tuoi occhi.
“Dai ci sta… allora ci vediamo mercoledì prossimo? Stessa strada, stesso posto, stesso bar?”
“Certo, a mercoledì.”
Mi abbracci e poi, a passo spedito, sparisci tra mille passeggeri, cani bagnati, ombrelli e clochard. E, mentre ti allontani, io mi maledico e tiro giù tutte le peggiori parole del mondo e le annesse schiere dei santi e divinità.
“Sei sempre il solito pavido coglione.”
Poi, per la rabbia, colpisco con violenza una lattina che incrocio a terra e, mentre rotola verso le caviglie di qualche businessman al telefono, nella mia mente, il tin tin della tua tazzina di caffè, diventa assordante.
Ripartire dalla scrittura…
Una tazzina di caffè, un uomo e una donna in un qualsiasi bar di una qualsiasi stazione del mondo. Un mondo di non detti, discorsi sospesi, giri di parole che non giungono mai al punto. La paura che fa fuggire dalla possibilità di vivere.
Ho scritto questo racconto già qualche anno fa, il primo dopo l’ennesimo stop creativo e i miei mille autosabotaggi.
A luglio 2024 decido di provare a mettermi di nuovo alla prova e lo invio alla IV edizione del Concorso Internazionale Premio Alejandro Jodorowsky – Città di Vigone.
Dopo qualche mese ricevo l’esito del concorso e scopro di aver ricevuto una segnalazione di merito: che gioia!
Domenica 7 aprile 2024, presso il Museo del Cavallo di Vigone si è svolta la premiazione delle differenti sezioni (Poesia e Narrativa senior e Poesia e Narrativa junior): una cerimonia che mi ha emozionato molto, sopratutto nel vedere quante persone di tutte le età (ragazzine e ragazzini di 13 anni, uomini e donne di ogni età, per arrivare al poeta di 95 anni)ancora abbiamo la necessità di raccontare e condividere con gli altri storie ed emozioni.
Mi sono sentita di nuovo accolta in una famiglia di anime a me affini, dove avere un cuore puro e sincero è un dono e non un limite.


