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La nonna

Questo racconto fa parte dell’antologia Turin Tales, un caffè a Torino, un lavoro collettivo edito da Lineadaria Editore, nato all’interno del corso di scrittura creativa Abitare la narrazione organizzato dall’eclettico Gianluca Polastri e dalla brillante Cristina Tessore.

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E’ un racconto a cui sono legata molto perché insieme a tutto il gruppo di autori abbiamo fatto tantissime presentazioni nei caffè storici di Torino e in diverse location davvero suggestive. E’ anche il racconto che fa da spartiacque tra le mie due vite: quella da non mamma a quella da mamma.

La Nonna

I

La sera in cui la Nonna morì, si era fatta la luna nuova e una civetta, sopra un pino argentato, cantava una canzone triste. Si era addormentata poche ore prima nel letto che la custodiva da oltre cinque anni, da quel martedì in cui, cadendo, si era rotta e la sua testa si era frantumata in schegge di ricordi, sogni e pulsioni.

«Nonna, svegliati è l’ora della medicina» – l’aveva chiamata Luciana, la badante.

Ma lei non si era mossa: rannicchiata, immobile, un feto di cera, sembrava sorridere e ai suoi piedi Moretto, acciambellato, dormiva facendo le fusa.

«Signora Silvana, venga, presto, serve un’ambulanza!»

Dal giorno del black out la Nonna trascorreva tutto il suo tempo sdraiata in quel sarcofago ortopedico, guardando fuori dalla finestra; da qui intravedeva un piccolo ritaglio di cielo che, a seconda delle ore e dei minuti, mutava in luminosità e in colore, popolandosi ora di nuvole, ora di stelle. Da qui contemplava attonita i numerosi uccelli che abitavano sul pino secolare che si stagliava su quella tela cangiante: solo così si rendeva conto di essere ancora viva.

«Luciana! L’uccellino.. parla, sai? Luciaanaa, oggi manca il Piculin.»

«Sì, signora, certo, eccome…» le rispondeva la bandante mentre passava il Mocio Vileda.

Con il trascorrere del tempo la Nonna assomigliava sempre di più ad una vecchia bambola ritrovata in soffitta: i capelli stopposi, il viso sbiadito, gli occhi azzurri che si aprivano e si chiudevano ad ogni minimo movimento della testa, le gambe sottili, quasi di pezza, che penzolavano inermi giù dal letto. Per qualche oscura ragione vestiva sempre come un folletto, indossando maglioncini rosso fuoco, il suo colore preferito, fouseaux neri o marroni e pretendeva di tenere tutto il giorno un berretto verde in testa perché, diceva, sentiva freddo alle orecchie. Quando Luciana, maledicendo schiere di santi e di vergini immacolate, la sedeva sulla sedia a rotelle, le faceva calzare delle babbucce di feltro grigio, nelle quali i suoi piedi numero trentacinque si perdevano e la facevano sembrare un hobbit.

La sera in cui la Nonna era morta aveva novantacinque anni e mezzo.

II

Sono nata il 15 giugno 1913 a Torino, in Piazza della Consolata, prima di tre sorelle.

Sono sempre stata una bambina vivace a cui non piaceva andare a scuola: mi annoiavo, chiacchieravo in continuazione e le mie pagello erano un disastro; così papà, dopo le scuole medie, mi mandò a lavorare come sarta in un atalier e qui ho imparato a confezionare abiti di ogni fattura, che non cucivo solo per le nostre ricche clienti, ma anche per la mia vanità. Durante i fine settimana, tutta la nostra famiglia si trasferiva nella casa di campagna e qui, il sabato sera, io e mia cugina Claudia andavamo a ballare al circolo del paese. In quelle serate amavo sfoggiare gli abiti che realizzavo e che mi rendevano irresistibile; ero sempre impeccabile e i più bei ragazzi del paese facevano a gara per concedermi un giro di valzer, di rumba, di polka, di cha-cha-cha. Poi, dopo aver fumato di nascosto le mie sigarette e aver bevuto qualche bicchierino di vermouth, promettevo ad ogni cavaliere il mio cuore ed eterna fedeltà, salvo essermene già scordata appena rientrata in casa.

Durante la guerra, per paura dei bombardamenti, ci trasferimmo per qualche tempo nella casa di campagna: all’epoca avevo quasi trent’anni e mio padre iniziò a fare pressione affinché iniziassi a guardarmi seriamente intorno; dovevo cercarmi un marito, perchè essere ancora tota a quell’età, non andava bene, tanto più che tutte le mie sorelle minori erano già felicemente accasate con prole.

Ma chi sono? Dove mi trovo? Siiil-vaaanaaa! Aa-cquaaa! Ho sete! Abbiamo già mangiato?

Conobbi Riccardo nel 1944 e ci sposammo l’anno successivo: la domenica mattina dopo la messa facevamo sempre colazione Al Bicerin, mentre al pomeriggio andavamo a vedere il grande Torino al Filadelfia.

BacigalupoBallarinMaorosoGrezarRigamanontiCastiglianoMentiLoikGabettoMazzolaOssola.

Ma chissà perché da quel giorno il tempo prese a scorrere sempre più velocemente e la vita mi sfuggì dalle mani: smisi di lavorare, di ballare, ma non di fumare, crebbi nostro figlio Simone, che si sposò a ventitrè anni, feci qualche terno al lotto e una quaterna secca sulla ruota di Milano. Rimasi vedova, diventai nonna, ma anche costantemente nervosa e insoddisfatta: avvertivo sempre la sensazione di avere smarrito qualche cosa. Ma che cosa? E così fumavo e giocavo al Lotto, giocavo al Lotto e fumavo e non riuscivo a ricordare.

Chi sono? Dove mi trovo? Luciana! Luuuc-iaaanaaaaaaa! Ho fame! Si mangia?

Ieri pomeriggio, mentre guardavo fuori dalla finestra per vedere se Piculin fosse tornato al nido, ho visto un’orribile immagine riflessa nel vetro appena pulito da Luciana: uno scarabocchio bianco con un berretto verde in testa, che mi fissava con cattiveria e severità: Chi è quella donna? Dove mi trovo? Non lasciatemi sola! Ho paura!

Aiuto, sono orribile, non ho più niente, sono sola, mi hanno tolto le sigarette, il lotto, la mia casa, dov’è? Sono in carcere, ma cosa ho fatto? Ho provato a scappare, ma non riesco a muovere i piedi, non li controllo più: anzi dove sono i miei piedi? Chi sono?Ma abbiamo mangiato? Chi è quella donna? Dove mi trovo? Aiuto, Siiilvaa-naaa, Luciaaanaaa! Non lasciatemi sola! Ho paura!

III

Il giorno del suo funerale la camera della Nonna era stata invasa dalla processione dei Parenti.

«Meglio così, almeno ha posto fine alle sue sofferenze; beata lei che ha raggiunto il Creatore e adesso è fra gli angeli!» – singhiozzava la pronipote Edda, strizzando un fazzoletto asciutto.

«Che strazio, che strazio!» – ripeteva la cugina Claudia, ancora memore delle serate-tapezzeria al circolo, quando i ragazzi le rivolgevano la parola solo per chiederle: «Ma quell’angelo è la tua cugina di Torino?»

Silvana, stretta nel suo tailleur nero, faceva a tutti cenno di sì con la testa, ma in cuor suo si sentiva sollevata: da oggi il suo sonno non sarebbe più stato interrotto nel cuore della notte dalla voce della suocera che, con un timbro che le perforava i timpani, ripeteva all’infinito:

«Silvaaaaa-naaa, Silvaaaaa-naaa, acqua! Fame! Sete! Paura!»

Da oggi sarebbe potuta uscire di casa senza l’assillo di sentire Luciana che al telefono, terrorizzata, urlava:

«Signora Silvaaaaa-naaa, venga presto, la Nonna è caduta! Si butta giù dal letto! Lo fa apposta! E’ cattiva!»

Poi, tornando alla processione di finti singhiozzi, stordita dal profumo che emanavano le corone e i cuscini di fiori, di colpo si sentiva malvagia, mostruosa e cercava il dolore, quella sofferenza che il suo tailleur nero le imponeva, ma che non arrivava. Forse, si diceva, doveva ancora elaborare il lutto, come aveva letto su una rivista di psicologia, qualche tempo prima.

Vicino alla bara, Simone se ne stava in silenzio, un po’ in disparte, ancora incredulo: sua mamma non c’era più e per la prima volta dopo sessant’anni anni si sarebbero definitivamente separati. La sua voce non l’avrebbe più infastidito con tutte quelle domande che non richiedevano una risposta: mi dai le sigarette, voglio un bicchiere d’acqua, ho vinto al lotto, chi sei?

Tuttavia, nel suo petto, proprio all’altezza dello sterno, sentiva che gli si era aperto una specie di foro, un buco dal quale soffiava uno spiffero gelido e dal quale uscivano, mormorando, tutte quelle parole che avrebbe voluto dirle, ma per le quali non aveva mai trovato il tempo. Erano assordanti.

Ad un tratto, come in un film, si era rivisto bambino, prima sulle sue ginocchia con baffi di cioccolata calda e naso puntinato di panna poi, con la sciarpa granata al collo, volare in alto, sopra la curva, mentre la voce della mamma gridava “Goaaalll!!”

Solo un canto malinconico, quasi notturno, lo aveva richiamato alla realtà: un grosso uccello, simile ad una civetta, si era posato sul davanzale della finestra e lo stava fissando con occhi duri e gialli. Poi era sparito e qualcosa aveva fatto tremare le finte fiamme delle candele elettriche che illuminavano la Nonna.

IV

A Torino, da quasi 250 anni ogni mattina, in un gioiello liberty di quindici metri quadri, si compie un rito senza tempo: uomini, donne, bambini, artisti, manager, giornalisti, impiegati, funzionari, artigiani, pensionati e precari iniziano la loro giornata gustando, appoggiati ad uno degli otto tavolini di marmo, un’alchimia di caffé, cioccolato e latte.

Un’esperienza sensoriale democratica che per un istante esorcizza l’ansia da TG e da crollo dei mercati mondiali, sostituendo alle telefonate isteriche il pentagramma di Puccini, gli aforismi di Nietzche, i versi di Mario Soldati.

«Scusate, ma a chi avete dato il bicerin ‘n poc ‘d tut del signor Audisio?»

«…»

Silenzio.

«Eh, io l’ho preparato, l’ho lasciato qui sul bancone, ma adesso il bicchierino è vuoto!»

«Ci scusi tanto, sig. Audisio, provvediamo subito a rifarglielo.

Sa, alla domenica mattina può capitare di fare un po’ di confusione.

La prego, accetti a titolo di scuse personali questi biscotti al burro, la prego..» aveva risposto l’affabile signora Maritè.

All’uomo un po’ rodeva che qualcuno avesse fatto colazione a scrocco, ma, inebriato dai profumi e dai sapori di quell’angolo di paradiso, appena uscito non ci aveva più pensato.

Soltanto una bambina, mentre contava i quaranta vasi dei confetti dietro al bancone, ragionando su quanto tempo avrebbe impiegato per assaggiarli tutti, aveva visto un folletto, babbucce di feltro grigio e berretto verde, bere quel bicerin e poi uscire, a passo di rumba, volando.

Il racconto La Nonna lo trovi nell’antologia Turin Tales, un caffè a Torino.

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