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Dica quarantatrè

La storia di un Iphone 6 che decide di non tingersi più i capelli.

Qualche mese fa ho compiuto 43 anni.

E mi sento così: nè giovane, nè vecchia.
Just in the middle, come dice Cristela Alonzo in questo video.


Ad oggi, dentro di me, convivono due fidanzate di Leonardo Di Caprio: una già abbandonata per sopraggiunti limiti d’età, l’altra, poco più che maggiorenne, convinta che lui presto cambierà.

Devo ammettere però che, finalmente, la mia età anagrafica si sta allineando con quella mentale, perché mi sento cinquant’anni da quando ne ho ventotto.

Chissà poi perché.

Se devo fare un bilancio complessivo dei quattro decenni appena trascorsi direi che sono stati piuttosto positivi; non ho particolari rimpianti, anche perché, nonostante i miei tempi lunghi e a volte scoordinati, sto diventando la versione di me stessa che più mi assomiglia.

Quella me che sognavo di essere da bambina.

Il rimpianto più terribile che ho, e al quale purtroppo non c’è rimedio, è quello di non aver trascorso abbastanza tempo con mio padre.
Non sapevo che non lo avrei visto invecchiare e se potessi, ruberei a Doc e Martin la DeLorean DMC-12 per vivere al meglio gli anni fino al 2015 dove ho dato per scontata la sua presenza e, soprattutto, il suo amore incondizionato.


Il senso dei miei quarant’anni è arrivato un giorno della scorsa estate, quando, di colpo, è cambiata la percezione del mio corpo. 

Scatto una foto insieme alla piccola Emma: mi piace, trasmette dolcezza.

Ma zoomo e vedo la prima profonda ruga in mezzo alla fronte, poi i capelli sulle tempie sempre più bianchi, infine alcune macchie sulla pelle. 

Tentenno.

Scopro che, per una sorta di incantesimo, sto perdendo quella magica benevolenza che si concede a chi è giovane e bella.

Ad un tratto empatizzo anche con le Matrigne di Biancaneve e di Raperonzolo e capisco il loro livore nei confronti delle belle fanciulle in fiore, il senso degli elisir di eterna giovinezza per i quali si può vendere l’anima.

Da lì inizio a chiedermi perché la nostra società ci richieda sempre più perfezione, anziché felicità.

Perché debba essere più naturale spendere migliaia di euro per diventare, poco alla volta, una bambola di plastica, piuttosto che mostrare capelli bianchi e smagliature post partum.

Così, forse per ribellione, da quel giorno ho deciso di smettere di tingere i capelli.

Desideravo farlo da tempo, anche perché ero ormai dipendente dalla tinta mensile da almeno quindici anni e non avevo più memoria di quale fosse il colore naturale dei miei capelli. 

Ma i condizionamenti sociali e le relative insicurezze mi avevano sempre fatto desistere. 

“Ma no dai, ti fa vecchia, vai a prendere la bambina a scuola e ti scambieranno per la nonna… Poi nessuno più ti guarda.. che sciatteria.”

Ne parlo con la mia parrucchiera che, con grande empatia, mi guida nella transizione e mi dice che ci vorrà circa un anno.

Resisto, anche nei momenti in cui lo specchio mi restituisce un’immagine che proprio non mi piace.

Giorno dopo giorno, le ciocche bianche vengono liberate dalla tirannia della pennellata e sapete che vi dico?

Che mi piacciono da impazzire e che, finalmente, mi sento più autentica che mai.

Perché forse il senso di questi anni (e di quelli a venire) è proprio questo: diventare noi la nostra priorità.

Piacersi e non compiacere, come diceva Michela Murgia in questo intenso intervento al 9Muse di Milano.

E allora a 43 anni voglio poter sfoggiare i miei capelli color argento, sentirmi libera di esprimere me stessa e ri-splendere di luce propria.

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