storie

Caffè

Una tazzina di caffè, una come tante, di quelle che consumiamo insieme dopo il lavoro.

Il fumo che esce dalla tazza, il calore che l’attraversa, il profumo che mi riempie le narici.

Il tin tin del cucchiaino mentre giri lo zucchero.

La tua voce che mi racconta le tue peripezie quotidiane: i battibecchi e le frecciatine, le colleghe pettegole, le battute dei colleghi maschilisti e il capo pazzo che urla tutto il giorno.

Urla, urla, urla!

Ma tu sorridi sempre e sembra che tutto questo ti diverta moltissimo.

Sorridi e, inclinando il capo verso sinistra, dici che va tutto bene.

Il locale è tetro e caotico, è un squallido bar vicino alla stazione, ma tu lo rendi il non luogo più bello in cui stare.

“E a te come è andata oggi?” Mi chiedi.

Come ogni volta arriva il mio turno e, mentre io parlo, tu mi ascolti.

Ascolti le mie noiosissime giornate trascorse dietro ad un monitor e le ascolti come fossero la cosa più coinvolgente di sempre. Ascolti le mie paure, le mie insicurezze che mi fanno oscillare in continuo tra la tristezza cosmica e l’entusiasmo degli ingenui.
Solo con te riesco ad aprirmi, a raccontarmi ed essere me stesso.

D’altronde la sensibilità nel mondo maschile fa paura, per questo è spesso schernita e bullizzata. Noi siamo quelli che non devono chiedere mai, che i maschietti non devono piangere mai. E tutte quelle stronzate Anni Ottanta.

E poi ci sei tu. Mi dici impara a desiderare e a crederci. Usa con te parole gentili, la parola crea. Non crearti scenari catastrofici. Che poi ti porti sfiga da solo.

Di solito dopo quel caffè, ci alziamo, ci salutiamo con tre baci sulla guancia e ognuno va verso la propria destinazione.

“Ci vediamo mercoledì prossimo: stessa strada, stesso posto, stesso bar!”

Ma stasera tu mi chiedi se voglio fermarmi anche per cena.
Avevi un appuntamento che ti è saltato all’ultimo e quindi perché no?

Quell’agenda, sempre zeppa di appuntamenti, adesso ha uno spazio vuoto, per noi.

In una frazione di secondo la mia mente è già oltre: aperitivo, cena, dopo cena e dopo dopo cena. Forse siamo già anche all’altare, in viaggio di nozze ai Caraibi e abbiamo due figli.

Poi, come sempre, la paura di vivere le mie emozioni mi blocca.
Attenzione, allarme, autosabatoggio in corso.

“Che dici si può fare?” Mi chiedi.

Riavvolgo il nastro della mia fantasia e mi rifugio appallottolato tra le braccia delle mie insicurezze e balbetto una scusa da sfigatissimo.

“Caspita proprio questa sera che ho un appuntamento io… che sfortuna…mi spiace tanto…”

Ci alziamo, ci salutiamo con i tre baci sulla guancia e ci separiamo, ognuno diretto verso la propria destinazione.

“Allora a mercoledì: stessa strada, stesso posto, stesso bar?” Le dico.

“Certo, a mercoledì.”

Mentre mi allontano mi maledico, mi insulto pesantemente.
Tiro giù tutte le peggiori parole del mondo.

E, mentre per la rabbia calcio una lattina che incrocio a terra, nella mia mente riecheggia il tin tin della tua tazzina di caffè.

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